L’Arno, per chi è nato sulle sue rive, non è soltanto un fiume, ma una presenza che attraversa la memoria, il lavoro e la storia dei paesi. Per secoli ha separato le sponde e, nello stesso tempo, le ha unite, trasportando uomini e merci e offrendo occasioni di lavoro. È attorno a questa idea che mercoledì' 30 settembre, alla Fornace Pasquinucci di Capraia e Limite, si è sviluppata la presentazione di In riva d’Arno, il libro di Caterina Del Vivo dedicato alla storia della famiglia Del Vivo e al suo rapporto con il territorio compreso tra Limite, Spicchio, Empoli e Firenze.
L’incontro, promosso dal Comune di Capraia e Limite nell’ambito del progetto “Leggere fuori dalle biblioteche”, ha trovato nella Fornace un luogo particolarmente significativo: uno spazio da decenni dedicato all’arte e alla cultura, che ieri ha accolto una storia nata dalle carte degli archivi. A introdurre la serata è stato l’assessore alla Cultura Edoardo Antonini, che ha sottolineato il valore di portare la lettura fuori dagli spazi tradizionali e di trasformare i luoghi del territorio in occasioni di incontro e conoscenza.
Una famiglia dentro la storia della Valdelsa
Il libro nasce dalle ricerche avviate dal padre dell’autrice sulle generazioni più recenti della famiglia. Da quelle prime tracce, Caterina Del Vivo ha scelto di tornare indietro nel tempo, seguendo il cognome attraverso gli archivi e ricostruendo una vicenda che attraversa secoli. Il risultato supera così la semplice genealogia, perché attraverso le vicende dei Del Vivo emergono anche le trasformazioni economiche e sociali di un territorio.
Le prime attestazioni conducono verso la Toscana meridionale, mentre successivamente la presenza della famiglia emerge nell’area di Spicchio e dell’Empolese, dove i Del Vivo costruiscono progressivamente la propria attività. È qui che l’Arno assume un ruolo decisivo: nel Seicento alcuni esponenti della famiglia sono documentati come navicellai, impegnati nell’attraversamento del fiume e nel trasporto delle merci. Prima della costruzione dei ponti, l’Arno rappresentava infatti una vera strada d’acqua, indispensabile per collegare comunità e mercati.
Il testamento di Agostino Del Vivo, risalente al Settecento, restituisce con particolare concretezza questa realtà: tra i beni lasciati ai figli compaiono proprio i navicelli, assegnati come parte dell’eredità. Dietro quelle righe si intravede un’intera economia nella quale la barca era contemporaneamente strumento di lavoro, patrimonio familiare e possibilità per il futuro.
Il fiume e la trasformazione di Limite
La vicenda dei Del Vivo si intreccia così con quella di Limite sull’Arno, comunità la cui storia è stata profondamente segnata dalla navigazione fluviale. Un equilibrio destinato però a cambiare con l’arrivo della ferrovia: la Leopolda modifica progressivamente gli assetti del territorio e riduce la centralità del trasporto sull’acqua, facendo perdere al mestiere del navicellaio il ruolo economico che aveva avuto per generazioni.
È uno dei passaggi più significativi restituiti dal libro, perché una trasformazione tecnologica diventa anche una trasformazione sociale. Cambiano i mestieri, le famiglie si adattano e il territorio assume un volto diverso, mentre le tracce di quel mondo restano affidate ai documenti.
Quando le carte tornano a parlare
Il valore della ricerca di Caterina Del Vivo sta anche nella pazienza necessaria per ricomporre queste vicende. Un nome ritrovato in un archivio non è sufficiente: occorre confrontare documenti, ricostruire rapporti familiari, verificare proprietà e percorsi personali. Una pergamena, un testamento o una vecchia mappa possono così restituire persone e luoghi che sembravano ormai lontani.
La storia, in fondo, non è fatta soltanto dai grandi avvenimenti, ma anche dagli uomini che attraversavano un fiume, dai figli che ereditavano un navicello, dalle famiglie che lasciavano una casa per cercare nuove possibilità. Per questo In riva d’Arno racconta i Del Vivo e, attraverso di loro, una parte della storia dell’Empolese Valdelsa, di Empoli, Vinci e Limite, di una società costruita attorno al lavoro e costretta più volte a reinventarsi.
E al centro rimane l’Arno, che non è soltanto lo sfondo della vicenda, ma il filo che collega persone, mestieri e trasformazioni. I navicelli non solcano più le sue acque come allora, ma il fiume continua a scorrere dentro il paesaggio e dentro la memoria. Mercoledì, alla Fornace Pasquinucci, quella memoria è tornata a parlare attraverso un libro, mostrando come il passato possa riemergere da una carta d’archivio, da un nome o dalla storia di una famiglia e restituire, insieme a quelle vicende, un pezzo della storia di un intero territorio.

