C’è una “malattia” che non compare nei manuali diagnostici internazionali e non ha codice ufficiale, ma si riconosce a distanza di sala prove: la podiomelite. Colpisce soprattutto i musicisti che, dopo anni trascorsi a contare battute in silenzio, sviluppano un’irresistibile infiammazione del bisogno di stare in piedi, sul podio, con le braccia in aria e l’aria di chi sta rivelando al mondo un segreto che il mondo, in realtà, conosce già.
Non è una malattia mortale. Peggio: è cronica, recidivante, e soprattutto auto-celebrativa.
Il soggetto tipico della podiomelite è un ex-qualcosa: ex pianista che non ha mai superato del tutto il trauma dei violinisti che “entrano troppo tardi”, ex teorico della musica convinto che Bach sia stato sottovalutato dai suoi contemporanei, ex orchestrale che per anni ha sofferto il torto di dover contare i secondi senza mai poterli interrompere. A un certo punto, questo individuo smette di suonare e inizia a “dirigere”.
Dirigere è un verbo generoso. Presuppone che qualcuno segua.
Il podiomelitico, invece, non dirige: indica. Agita le mani come se stesse respingendo mosche invisibili o cercando di convincere la realtà a sincronizzarsi con la propria immaginazione. Non ha completato studi in direzione d’orchestra in Conservatorio, ma considera la partitura una sorta di suggerimento, una bozza morale che la sua sensibilità superiore è chiamata a migliorare.
Il vero sintomo clinico si manifesta nella scelta del programma.
Un direttore sano, magari prudente, si limita a repertori compatibili con il tempo atmosferico e con la capacità media delle prove disponibili. Il podiomelitico, invece, soffre di una forma acuta di gigantismo repertoriale: sceglie Mahler come se stesse ordinando un caffè ristretto, Stravinskij come se fosse musica da ascensore, Wagner come se fosse una passeggiata digestiva dopo cena, e Verdi come se bastasse un po’ di entusiasmo patriottico per far quadrare ciò che, in realtà, richiede mestiere, misura e una certa crudeltà verso le proprie illusioni.
“Perché non affrontare la Nona?”, dice con nonchalance, mentre il violinista primo sta ancora cercando di accordarsi con la realtà. La risposta è semplice: perché non è stata scritta per lui.
Ma questo dettaglio non lo sfiora. Il podiomelitico non si limita a scegliere musica difficile: sceglie musica superiore a lui, come se la difficoltà fosse una virtù in sé, un modo elegante di mascherare l’inadeguatezza sotto il mantello della grande ambizione. Il risultato è una sorta di archeologia sonora: ciò che il pubblico ascolta non è Beethoven, ma una sua versione sopravvissuta a un terremoto interpretativo.
L’orchestra, naturalmente, lo osserva con quel misto di pietà e rassegnazione che i professionisti riservano ai dilettanti pericolosi. Perché il podiomelitico non è innocuo: trascina intere sezioni in tentativi eroici di inseguire gesti contraddittori, accelera dove dovrebbe respirare, rallenta dove dovrebbe semplicemente arrendersi.
Il problema, tuttavia, non è tecnico. È esistenziale.
Il podiomelitico non vuole solo dirigere musica. Vuole essere la musica mentre accade. Il podio non è un luogo funzionale, ma una tribuna metafisica. Lì sopra non si interpreta una partitura: si proclama la propria presenza nel mondo.
In questo senso, la podiomelite è una forma elegante di solipsismo orchestrale. Il mondo deve seguire il gesto, non il contrario. Se l’orchestra non capisce, è l’orchestra a essere in difetto. Se il tempo crolla, è il tempo a essere “troppo rigido”. Se l’esecuzione suona come una discussione tra persone che parlano lingue diverse e non si piacciono particolarmente, allora si è “osato”.
E l’osare, si sa, è sempre una buona scusa quando tutto il resto fallisce.
Ciò che rende la malattia davvero interessante, in senso quasi antropologico, è la sua capacità di sopravvivere ai risultati. Anche dopo prove disastrose, concerti pieni di esitazioni e applausi educati come una condoglianza, il podiomelitico non dubita mai della propria vocazione. Al massimo dubita dei musicisti, dell’acustica, del pubblico o dell’umidità atmosferica.
Mai del gesto.
E così continua. Un concerto dopo l’altro. Un programma impossibile dopo l’altro. Sempre al centro, sempre leggermente sopra la musica, sempre convinto che basti voler dirigere per trasformarsi in qualcuno che sa farlo.
Probabilmente un osservatore con una certa ironia stanca, abituato a registrare le geometrie del fallimento umano organizzato, avrebbe sorriso davanti alla scena. Perché in fondo la podiomelite non è altro che una versione sinfonica della vecchia ambizione borghese: non essere bravi, ma essere visibili mentre si tenta di esserlo.
E se la musica, ogni tanto, sopravvive a tutto questo, è solo perché ha una pazienza che i musicisti affetti da podiomelite non hanno ancora imparato a imitare.
Scritto da: Alessio Cioni

