Negli ultimi mesi il tema è tornato centrale dopo alcune dichiarazioni di Sam Altman, che ha ammesso come la velocità di diffusione dell’intelligenza artificiale sorprenda perfino chi la sta costruendo. Non è un dettaglio tecnico: è un segnale strutturale. Quando una tecnologia scala così rapidamente, il primo livello a saltare non è quello avanzato, ma quello di ingresso.
Per decenni la narrazione dominante è stata lineare: studiare, laurearsi, entrare in azienda e costruire sicurezza. Quel patto funzionava in un mondo lento, dove le competenze duravano anni. Oggi il contesto è diverso. L’AI affianca - e spesso supera - chi esce dall’università: lavora H24, non chiede ferie, costa sempre meno. E quando qualcosa diventa più economico, viene usato di più.
Qui nasce il paradosso attuale. Da un lato l’occupazione giovanile fatica, dall’altro cresce - seppur lentamente - quella degli over 50. Non per genialità, ma per esperienza reale: contesti vissuti, problemi affrontati, decisioni prese senza manuale. È ciò che i libri non insegnano e che l’automazione fatica a replicare.
Questo squilibrio ha un nome preciso: skill mismatch. Il divario tra ciò che si studia e ciò che il mercato richiede davvero. Anni di teoria complessa che spesso non trovano applicazione immediata. Nel frattempo, le aziende cercano competenze operative, autonomia, capacità relazionali. Tutti perdono: chi cerca lavoro e chi cerca persone.
Il punto più scomodo riguarda il lavoro di ingresso. Stage e apprendistato erano il ponte tra studio e professione. Oggi sono i primi a essere automatizzati perché producono poco valore immediato. Il risultato? Il sistema tende a tornare indietro: si paga per imparare. Il primo gradino della scala, quello dell’accesso, si sta assottigliando.
In questo scenario torna utile il confronto raccontato in “Padre ricco, padre povero”: sicurezza contro crescita. Non è una critica allo studio, ma all’idea che basti. La laurea resta una base culturale e mentale. Non è più un passaporto automatico.
A fare la differenza saranno competenze non automatizzabili: negoziazione, lettura delle persone, creatività reale, leadership, capacità di decidere nell’incertezza. L’AI non ha visione d’insieme, non ha empatia, non si assume responsabilità.
La transizione è già in corso e non aspetta nessuno. La domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma quali competenze costruire oggi per restare rilevanti domani.
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