La protesta è finita, o almeno ha raggiunto il termine annunciato. Ma al Fermi-Da Vinci di Empoli resta una pagina difficile da archiviare. Una pagina scritta sui muri, sugli arredi danneggiati e negli spazi che ogni giorno dovrebbero accogliere lezioni, incontri e progetti di ragazzi che lì trascorrono una parte importante della loro vita.
Al termine dell'occupazione, avviata il 27 ottobre, sono stati riscontrati diversi danni nel plesso di via Bonistallo: porte e muri imbrattati, banchi rotti, aule e stanze messe a soqquadro, un estintore svuotato. Secondo quanto emerso, tra le ipotesi al vaglio ci sarebbe anche il coinvolgimento di persone esterne all'istituto, introdottesi negli ambienti durante la mobilitazione. Una circostanza che dovrà essere chiarita.
Gli studenti hanno ribadito il carattere pacifico della propria iniziativa e hanno provveduto personalmente a ripulire gli spazi e i laboratori. Un gesto che merita di essere riconosciuto, soprattutto perché restituisce una misura diversa della protesta: quella di chi, pur contestando una situazione, sente di dover custodire il luogo in cui studia.
Sulla vicenda è intervenuta Emma Donnini, consigliera delegata della Città Metropolitana di Firenze alla Scuola dell'Empolese Valdelsa, esprimendo vicinanza alla comunità scolastica e rammarico per quanto accaduto. «Dispiacere per gesti che recano danno alla comunità, ma anche a chi ha protestato coscienziosamente», ha dichiarato. Saranno i tecnici della Città Metropolitana a quantificare i danni e a verificare gli interventi necessari.
E' intervenuto anche il sindaco di Empoli Alessio Mantellassi: "Esprimo condanna e dispiacere per i danneggiamenti al Fermi. Il danneggiamento e il vandalismo non hanno mai giustificazione. Questo è un grave danno alla comunità e alla collettività scolastica. Esprimo vicinanza alla scuola e anche a chi ha protestato coscienziosamente e viene danneggiato da questi gesti".
Resta, intanto, la questione che ha accompagnato la mobilitazione: le condizioni degli edifici scolastici. Le criticità segnalate dagli studenti, in particolare nel plesso di via Fabiani, riguardano infiltrazioni, muffe, infissi deteriorati e bagni inagibili. Problemi che, già al centro della precedente occupazione del novembre 2025, chiedono risposte e interventi.
C'è poi una contraddizione che non può essere ignorata. Se la protesta nasce dalla richiesta di scuole più sicure, accoglienti e dignitose, danneggiare gli ambienti scolastici rischia di produrre l'effetto opposto. Porte, arredi e attrezzature da riparare significano nuovi interventi, ulteriori costi e risorse che dovranno essere impiegate per ripristinare ciò che è stato compromesso. In altre parole, si finisce per aggravare proprio quella situazione che si vorrebbe cambiare. Una protesta che chiede più attenzione per la scuola dovrebbe essere anche la prima a proteggerla.
Due questioni, dunque, da non confondere. Il diritto di protestare non comprende quello di danneggiare. E il rispetto degli spazi scolastici non può diventare un motivo per ignorare le ragioni di chi chiede ambienti più sicuri e dignitosi.
La scuola non è soltanto un edificio pubblico. È un patrimonio costruito con le risorse di tutti, ma soprattutto un luogo di crescita condivisa. Chi la frequenta ha diritto di chiedere che migliori; chi la amministra ha il dovere di ascoltare e intervenire. Le proteste possono lasciare domande scomode. Non dovrebbero lasciare macerie. E una scuola, per essere davvero di tutti, deve poter contare sul rispetto di tutti.

